Espressioni Napoletane: ‘o zarellaro, storia del mestiere

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Espressioni Napoletane: ‘o zarellaro, storia del mestiere

Fonte: sanremugugnando

di Silvia Semonella

Napoli e i napoletani sono sempre stati conosciuti per la loro inventiva, per la cosiddetta “arte di arrangiarsi”: la capacità di saper immaginare e mettere in pratica un modo per tirare avanti, a discapito delle circostanze e delle situazioni avverse.

Proprio per questo modo di essere, di pensare e di vedere la vita, la nostra città è sempre stata popolata da strani e curiosi personaggi, uomini e donne che svolgevano i mestieri più incredibili e particolari e che vendevano gli oggetti più disparati e, a volte, introvabili o inusuali.

Spesso antesignani di quelli che sono diventati veri e propri mestieri, ricordiamo la “vammana”, cioè l’attuale ostetrica, il “vrennaiuolo”, venditore di mangimi per cavalli, il “vuttaro”, che riparava botti e tinozze, lo “zuccularo” e anche lo “zarellaro”.

Anatomia di un mestiere

Lo “zarellaro”, o zarellara, era il cosiddetto merciaio, mestiere che resiste tutt’oggi.

In una piccola bottega o con un carretto ambulante, commerciava un po’ di tutto: era una specie di emporio ante litteram.

Vendeva ago e cotone, bottoni, forbici e forbicine, spugne, spugnette, secchi, scope, quaderni, penne con pennini (rinomati i “cavallotti”), gomme per cancellare, astucci, giocattolini (come cavallucci di legno o di cartapesta), bilancine, “pupatelle” e bambolotti, “scupilli” per il gabinetto, spillini, “spille ‘e nutriccia” o “spingule francesi“, lacci per scarpe con relativo lucido (o crumatina) per pulirle e spazzole, siringhe ed aghi per iniezioni con pentolino, ovatta, alcool, insetticidi, “sciosciamosche” e addirittura “pappagalli” e “pale” per gli ammalati allettati. Qualche zarellaro vendeva anche “paparelle ‘e zuccaro” e caramelle.

Il nome deriva proprio dal motivo per cui nacque questo mestiere: andare incontro alle necessità delle casalinghe, che avevano bisogno di nastri, stringhe, pezzi di stoffa, bottoni e spilli, chiamati, appunto, “zagarelle”.

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