Le Terme Romane di Via Terracina, Fuorigrotta | LoveNaples
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Fuorigrotta: le Terme Romane di Via Terracina

Ph: Simona Vitagliano

di Simona Vitagliano

Un’arteria che collega Agnano, e quindi Pozzuoli, a Fuorigrotta, Soccavo e Vomero, percorsa ogni giorno da una quantità infinita di persone dirette al lavoro, a scuola o alla vicina Università di Monte Sant’Angelo: stiamo parlando di Via Terracina, una strada che, fino a non troppo tempo fa, non era nemmeno “spezzata” dallo svincolo obbligatorio, oggi previsto in Via Cinthia, e che nasconde storie e segreti antichissimi.

Fuorigrotta

Fuorigrotta, fino all’epoca fascista, è stata una zona prevalentemente a carattere agricolo: l’urbanizzazione è avvenuta solo in anni relativamente recenti, dopo la realizzazione di Viale Augusto e della Mostra d’Oltremare.

Il suo nome significa “al di fuori della grotta” visto che, sin dall’epoca romana, è collegata proprio tramite grotte a Mergellina, e non solo. Una di queste, infatti, è la Crypta Neapolitana, non più transitabile per motivi di sicurezza, ma visitabile nei tratti esterni dal Parco Vergiliano: è una via di collegamento diretta con Piedigrotta e parte di un asse viario che collegava Napoli a Pozzuoli e all’area dei Campi Flegrei.

Insomma, per i romani la zona era semplicemente un collegamento utile per gli spostamenti, ma non un’area residenziale come Cuma e l’antica Puteoli.

Ciononostante, proprio qui sono stati fatti dei ritrovamenti archeologici importanti che hanno testimoniato quanto anche una semplice arteria di comunicazione dovesse essere curata, nella concezione della vita romana.

Le terme di Via Terracina, dalla scoperta ad oggi

Fonte: Gruppo Archeologico Napoletano

Le Terme sono state portate alla luce proprio nel 1939, durante i lavori per la realizzazione della Mostra d’Oltremare, e si trovano all’incrocio tra l’antica via Puteolis-Neapolim ed una strada secondaria.

L’impianto originario del complesso risale sicuramente alla prima metà del II secolo ma ha subito, nel corso del tempo, moltissimi interventi e restauri che ne hanno modificato l’organizzazione degli spazi e persino mosaici e decorazioni. È disposto su più livelli ed è alimentato dall’acquedotto del Serino, costruito prevalentemente in opus vittatum e latericium (opera vittata e laterizia).

Nonostante non siano state predisposte strutture atte alla protezione da agenti atmosferici e altri pericoli derivanti dal mondo urbano esterno, lo stato di conservazione del complesso si può definire buono, anche se, in molti casi, risultano quasi del tutto scomparsi elementi architettonici e ornamentali.

In ogni caso, il sito riesce a far luce sulle tecniche costruttive adottate per realizzare questa struttura e sul suo funzionamento; un’area che era, a tutti gli effetti, adibita a spazio termale.

Come abbiamo accennato, però, nel corso dei secoli, moltissimi ambienti hanno cambiato quadrature e destinazioni d’uso. Proviamo a fare il punto della situazione.

La struttura

Corridoio d’ingresso, latrina ed altri ambienti (forse identificabili come tabernae, spazi ampi dedicati ad attività commerciali) sono sicuramente posteriori all’assetto originario: il primo, tra l’altro, in epoca medievale, è stato adattato a cisterna e non è difficile rendersene conto osservandolo anche a tanti secoli di distanza.

La latrina, in particolare, appare preceduta da un piccolo disimpegno con volta a botte e contiene quelli che sono i resti della antica vaschetta per le abluzioni (lavaggi rituali a scopo di purificazione spirituale): l’ambiente, in origine, doveva essere coperto, a sua volta, da una semi-cupola e presentare pitture parietali, ad oggi praticamente scomparse, cancellate dal tempo; la sua illuminazione, inoltre, era garantita da ben cinque finestre che erano disposte nella parete semicircolare. Anche il mosaico del pavimento, realizzato con tessere bicolore (bianche e nere) non risulta, purtroppo, ben conservato, ma si riescono ad intravedere le figure protagoniste: due delfini natanti ed un animale marino fantastico. Questo perimetro circolare si nota anche essere sede del canale di scolo delle acque, continuamente rifornito dalla cisterna sopracitata attraverso condotti sotterranei: sopra di esso erano sistemati i sedili in pietra o in marmo forati, tutti disposti a distanze uguali. Nella canalina di marmo che si nota poco discostata dal muro, e che passava negli immediati pressi del basamento dei sedili, scorreva un rivolo d’acqua dove, molto probabilmente, venivano bagnate le spugne utilizzate dagli avventori delle terme per l’igiene personale. Il vestibolo che si incontra, poi, proseguendo da qui, era l’ingresso originario e lo si intuisce anche da un mosaico a pavimento di dimensioni importanti, ben conservato, sempre realizzato con tessere bianche e nere, ritraente i soggetti di una nereide, seduta sulla coda di un giovane tritone, e di due amorini e un delfino che la circondano, adagiati negli angoli di questo doppio riquadro; si notano, inoltre, anche alcune tracce della zoccolatura e del rivestimento parietale a lastre di marmo che, un tempo, questo ambiente doveva equipaggiare.

Si suppone, infine, che questo vestibolo sia stato, successivamente, adibito a spogliatoio (apodyterion) e che uno degli ingressi originari sia stato poi murato.

I percorsi

Riesce sempre a meravigliare la presa di coscienza del fatto che, nonostante si parli di migliaia di anni fa, ci si ritrovi davanti ad un sito che era, a tutti gli effetti, un’opera di ingegneria, idraulica e non solo.

C’è da sottolineare, infatti, che in questo caso non si trattava di terme flegree, come quelle di Agnano, riscaldate naturalmente dai vapori provenienti dal sottosuolo: a Via Terracina tutto avveniva artificialmente, grazie al lavoro degli schiavi che aiutavano l’acqua a seguire i percorsi creati con delle intercapedini sotto il livello del pavimento, per ottenere le temperature desiderate nelle varie vasche.

I visitatori di queste terme, così, potevano accedere a diversi percorsi, a seconda delle esigenze, anche terapeutiche.

Prima di sceglierne uno, però, si effettuavano molto spesso esercizi ginnici: d’altro canto, le terme ospitavano sempre anche ambienti dedicati ad attività ricreative, come appunto la palestra, che di solito era strutturata come un cortile aperto circondato da un portico e, talvolta, dotata di piscina (natatio).

In effetti, oltre agli ambienti riservati ai bagni, le terme, di solito, prevedevano anche zone dedicate ai massaggi, alla depilazione, depositi di unguenti e di attrezzi e, in qualche caso, si potevano trovare anche vere e proprie sale dedicate a conferenze e letture pubbliche (auditoria), o adibite a biblioteca. Insomma, questi ambienti, in antichità, non erano concepiti solo come punti ristoro terapeutici, ma anche come luoghi di incontri, dove parlare di affari o svolgere, comunque, vita sociale e culturale.

Nelle terme di Via Terracina, purtroppo, non tutto il monumento è stato scavato perchè parte delle strutture sono andate perdute in seguito all’apertura della strada moderna, per cui non è chiaro dove (e se) fossero posti in essere questi spazi (si pensa potesse esserci, appunto, la palestra con la piscina), anche se si ipotizza che potrebbero essere “sepolti” sotto l’asfalto della strada urbana. Trattandosi, però, di terme di passaggio, quasi un “Autogrill dell’antichità”, non è possibile nemmeno sapere con certezza se queste strutture fossero ivi presenti o meno.

Tornando ai percorsi opzionabili, il principale constava di svariate soste in quattro ambienti riscaldati a diverse temperature (sale con forme e dimensioni diverse di cui, attualmente, non è possibile identificarne con certezza la funzione specifica, ma che è chiaro fossero coinvolte in questo schema terapeutico), un’altra sosta, prolungata, nel calidarium absidato (la stanza più riscaldata in assoluto, qui a pianta rettangolare, con una sola abside sul lato Nord-Est), per poi approdare al labrum (fontana, purtroppo andata perduta) per le abluzioni fredde e alla vasca per le immersioni (alveus) per il bagno caldo (oggi è possibile visionare solo parte del vano che la ospitava), finendo, quindi, nel frigidarium, conclusione di questo “viaggio termale”, con due vasche per bagni freddi, tramite un vano di passaggio, costituito, a sua volta, da una piccola sala mediamente riscaldata, utilizzata per lasciar abituare il corpo progressivamente al cambio di temperatura che, altrimenti, sarebbe stato avvertito come troppo brusco; qui si trova anche un mosaico pavimentale a figure nere su fondo bianco con animali fantastici e figure antropomorfe, con gli immancabili delfini agli angoli.

La chiusura dell’ingresso che dava sul calidarium è, quindi, successiva all’assetto originale.

Osservando la piantina del sito, ma anche visitandolo in prima persona, ci si può, allora, chiedere come mai, lungo il perimetro del frigidarium, siano presenti più aperture: la ragione è da ritrovarsi nel fatto che gli utenti erano lasciati liberi di optare per percorsi più brevi di quello descritto, magari saltando alcune delle sale più calde ed approdando, quindi, in anticipo nell’ultima stanza delle terme. Da qui, poi, attraverso un ingresso tripartito, di cui oggi restano solo le basi di due pilastri, si poteva andare direttamente, e nuovamente, nel vestibolo/spogliatoio.

Restano i dubbi su alcune sale che si notano, da qui, sulla destra, a cui si accedeva, originariamente, dal vano di servizio; mancando il collegamento con il vestibolo, le aperture laterali furono comunque, successivamente, murate.

I forni

Ma se le terme, in questo sito, erano artificiali, da dove arrivava, allora, il calore? Come veniva generato?

Oggi, a causa del crollo parziale delle pavimentazioni e dei rivestimenti parietali, si notano facilmente i forni laterali (praefurnia) con i vari vani di servizio (probabilmente adoperati per il deposito della legna), e le intercapedini sotto il pavimento (hypocausta e suspensurae) e lungo le pareti. Da qui si accedeva anche al corridoio di servizio che, dirigendosi intorno alla sala calda, veniva adoperato per la manutenzione delle intercapedini stesse e per l’alimentazione dei forni secondari. Questi ambienti sono orientati a Sud-Ovest, in modo da sfruttare il calore e la luce del sole durante le ore pomeridiane, secondo quello che viene definito lo schema di Vitruvio, riferendosi a Marco Vitruvio Pollione, vissuto tra l’80 ed il 15 a.C. circa, architetto e scrittore romano, considerato il più famoso teorico dell’architettura di tutti i tempi. Secondo questo stesso iter di costruzione, anche le finestre di quasi tutti i quattro ambienti sopracitati presentano tagli che si aprivano a Sud-Ovest.

Il sito di Via Terracina, oggi

Il complesso termale di Via Terracina è visitabile gratuitamente, su richiesta (chiamando ai numeri 0815529002 e 3384031994), ed è posto sotto la tutela della  Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli.

Il Gruppo Archeologico Napoletano, però, un’associazione autonoma di volontariato nata nel 1971 che opera per la conoscenza, la tutela e la valorizzazione dei beni culturali (in particolare quelli archeologici) della Campania, organizza spesso delle interessantissime visite guidate, sempre rigorosamente gratuite, sulle quali è possibile tenersi aggiornati tramite i loro canali social (Instagram e Facebook). Il loro impegno nella cura e nella conservazione del sito di Via Terracina è encomiabile (si pensi che provvedono anche a rimuovere le erbacce con una procedura delicata che evita “strappamenti” per non portare via nemmeno piccoli particolati dai resti archeologici) e si auto-alimenta anche grazie alle donazioni raccolte durante questo tipo di eventi. Avere l’opportunità di seguirli in questa visita significa fare un vero e proprio viaggio nel tempo a circa 2000 anni fa, immergendosi in quella che era la vita all’interno delle terme romane.

La speranza è che si provveda quanto prima a mettere questo sito archeologico in un programma di protezione, preservando quello che resta di mosaici, rovine ed altre strutture dalla pericolosità degli agenti atmosferici e dalla caotica ed imprevedibile vita urbana che avviene nei suoi immediati pressi.

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