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Le Quattro Giornate di Napoli: quando la città si liberò delle truppe tedesche

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Le Quattro Giornate di Napoli: quando la città si liberò delle truppe tedesche

fonte: programma.sorrisi

di Silvia Semonella

Adesso vi facciamo vedere noi chi sono i napoletani!

Questa è la frase emblematica che la storia ha tramandato riguardo la vicenda di Gennarino Capuozzo (medaglia d’oro alla memoria), piccolo scugnizzo che si unì alla Resistenza durante le Quattro Giornate di Napoli, diventando uno dei simboli di quel momento storico.

Ma in che periodo ci troviamo e quale fu la successione degli eventi?

Siamo nel 1943, precisamente tra il 27 e il 30 settembre: fu questo il lasso di tempo durante il quale il popolo napoletano, stremato dai bombardamenti (di cui due, quello del 4 dicembre 1942 e quello del 28 marzo 1943, provocarono più di 3000 morti), da una guerra che sembrava non volesse finire mai e dall’occupazione tedesca, decise di insorgere contro le forze della Wehrmacht.

La rabbia e l’esasperazione dei partenopei, in seguito alle esecuzioni indiscriminate, ai saccheggi, ai rastrellamenti della popolazione civile, alla miseria e alle distruzioni della guerra, che mettevano in ginocchio l’intera città, stava raggiungendo il punto di non ritorno; i napoletani erano privi di una vera e propria organizzazione, animati solo dal desiderio di liberarsi dell’invasore tedesco. Si cominciò, quindi, a pensare all’approvvigionamento delle armi: il 22 settembre gli abitanti del Vomero riuscirono ad impadronirsi di quelle che erano appartenute ai soldati della 107ª Batteria; il 25 settembre, 250 moschetti furono prelevati da una scuola militare; il 27 settembre caddero nelle mani degli insorti alcuni depositi di armi e munizioni.

La scintilla, intanto, scoppiò il 23 settembre, quando il colonnello Walter Scholl comunicò una nuova misura repressiva che prevedeva lo sgombero (entro le ore 20 dello stesso giorno) di tutta la fascia costiera cittadina sino ad una distanza di 300 metri dal mare: in pratica, circa 240.000 cittadini furono costretti ad abbandonare in poche ore le proprie case per consentire la creazione di una “zona militare di sicurezza” che sembrava preludere alla distruzione del porto. A ciò si aggiunse un manifesto del prefetto, che intimava la leva obbligatoria per tutti i maschi di età compresa fra i diciotto e i trentatré anni; in pratica, una deportazione nei campi di lavoro tedeschi. In seguito all’adesione di soli 150 uomini, il colonnello inviò ronde militari per i rastrellamenti e la fucilazione immediata degli inadempienti.

L’insurrezione, a quel punto, fu inevitabile: persone di ogni estrazione sociale si riversarono nelle strade per organizzarsi ed imbracciare le armi. Per quattro giorni, i napoletani scelsero la lotta aperta, eressero barricate, lanciarono bombe, tesero agguati, costringendo le truppe tedesche alla resa e alla fuga, non senza spargimento di sangue.

In ogni angolo della città cominciarono ad emergere figure locali che assunsero il comando delle operazioni nei vari quartieri, come il Prof. Antonio Tarsia in Curia al Vomero, il Tenente Colonnello Ermete Bonomi a Materdei, in collaborazione con il comandante di distaccamento Carlo Cerasuolo, padre di Maddalena (medaglia di bronzo alla memoria), il capitano Carmine Musella all’Avvocata, il medico Aurelio Spoto a Capodimonte, il Capitano Mario Orbitello a Montecalvario e l’impiegato Tito Murolo a Vasto; tra i giovani, invece, si distinse Adolfo Pansini, studente del liceo Sannazaro. Anche gli ufficiali dell’esercito italiano (spariti in un primo momento) e gli antifascisti si unirono ai sollevati e si misero alla loro testa.

I napoletani, alla fine, riuscirono nel loro intento: i tedeschi, all’alba del primo ottobre, si ritirarono e quando i primi carri armati alleati entrarono in città non trovarono un solo nemico.

Napoli si era liberata da sola.

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