Antichi mestieri: lo sciuscià | LoveNaples
Madre Flora e la Casa del Volto Santo
28 Giugno 2018
Il Complesso di San Francesco degli Scarioni, un’eredità pratese
28 Giugno 2018

Antichi mestieri: lo sciuscià

Fonte: napolitan.it

di Giovanna Iengo

Nel periodo relativo alla seconda guerra mondiale, quando Napoli era sottomessa al dominio alleato, gli americani spadroneggiavano per le strade della città.
I militari, ai tempi, si aggiravano per il capoluogo campano con un fare egemonico, richiedendo e pretendendo mansioni dai piccoli cittadini che gli si ritrovavano casualmente davanti.
I bambini napoletani in questione erano ragazzini in fase scolare per niente abbienti, della fascia sociale più infima, dai nove ai dodici anni, in media, che si trovavano circuiti dagli uomini in divisa e intimati a compiere azioni per le finalità volute da questi adulti predominanti, in cambio di qualche misera moneta.

La natura del termine

Sciuscià è un vocabolo nato, per l’appunto, in relazione a questa pratica, che si andava sviluppando tra bambini e militari e che vedeva i primi ingaggiati dai secondi, principalmente in funzione di lustrascarpe.
La natura dell’espressione è legata, con grande probabilità, alla particolare professione in quanto tale, in una mescolanza di terminologia, tipicamente americana, e di pronuncia, goffamente napoletana.
Shoes shine” (lustratura di scarpe), difatti, andrebbe a suggerire, per l’appunto, la specifica mansione suddetta, ricercata ed eseguita, la cui pronuncia, storpiata dalla sgraziata mancanza di conoscenza della lingua straniera da parte degli infanti del luogo, l’avrebbe resa “sciuscià“.
Il lemma in questione si suppone venisse pronunciato dagli alleati, come richiesta, e dai bambini squattrinati, come proposta.
I lustrascarpe formato mignon iniziarono, poi, ad ampliare le loro tipologie di servigi, accrescendo questa forma di accattonaggio.
Non si limitavano più ad occuparsi delle scarpe degli americani in divisa, ma compravano, per questi ultimi, quello di cui necessitavano, gli fornivano ciò di cui avevano bisogno e vendevano tutto quello che gli adulti in prima persona non potevano vendere, arrivando a superare il confine della legalità e sfociando in traffici decisamente inopportuni e illeciti, che segnavano l’ingresso dei piccoli bisognosi nel mondo della criminalità.

Diffusione del vocabolo

La parola, che ormai simboleggiava non solo una mansione, ma anche uno status quo e l’emblema di un’epoca storica definita, non rimase ancorata ai confini campani, ma si propagò in tutta italia, con un picco considerevole nella capitale.
A Roma, difatti, i giornali si occupavano spesso dell’argomento e, diffusi in tutta la penisola, resero celebre il vocabolo, conferendogli un’accezione tendenzialmente negativa, puntando sull’aspetto criminale e dal sapor d’accattonaggio.
Un figlio del Lazio, poi, Vittorio De Sica, prendendo spunto dal costume dell’epoca, ne fece un film il cui titolo risulta essere, per l’appunto, “Sciuscià”: qui, però, il significato inquadrabile in miglior modo si trovava nel termine “scugnizzo“.

Sciuscià nel ventunesimo secolo

Ormai passato un lasso di tempo considerevole, nessuno degli sciuscià originali è sopravvissuto, riuscendo a giungere ai giorni nostri, ma la parola è ancora qui, ferma nella memoria napoletana ed italiana.
Come ferma è la tradizione, che i partenopei odierni cercano di avvalorare e modernizzare, offrendo servizi di lustrascarpe aggiornati e variegati, che variano dalle richieste – accettate solo online – o dalle qualità – di scarpe delle quali occuparsi, spesso limitate soltanto a quelle di pelle italiana – o dalle locazioni, ormai soltanto studi professionali e non più angoli di strade.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: